sábado 29 de mayo de 2010

La Solemnidad de la Santísima Trinidad.

Introducción

Celebramos la Santísima Trinidad, una fiesta que se debe situar dentro de las Fiestas del Señor de origen teológico-devocional, como el Corpus Christi, el Sagrado Corazón de Jesús, Cristo Rey y Sagrada Familia; tenemos también otras fiestas que pertenecen al ciclo mistérico: Anunciación y Presentación en el Templo; y por último las fiestas de origen oriental: Transfiguración y Exaltación de la Santa Cruz.

Las dos fiestas más primitivas son: Presentación del Señor y Anunciación del Señor; en el ámbito romano surgen dos fiestas en la Edad Media: Trinidad, que se remonta al siglo IX aunque no se extenderá hasta el XIV, y el Corpus, que tiene su origen en la Bula Transiturus de hoc mundo de Urbano IV; por tanto las dos últimas son típicamente occidentales. Todas las fiestas nacen de la evolución del dogma y de la vida de la Iglesia; hemos de decir claramente que se celebra en la Liturgia un misterio no una idea teológica, por eso se ha de hacer una teología de la fiesta a partir de los textos litúrgicos.

Origen

Añadir a lo ya dicho que encontramos elementos eucológicos alusivos al Misterio de la Santísimo Trinidad en el Sacramentario Gelasiano (s. VII). San Benito de Aniano había redactado un formulario litúrgico para esta fiesta que se incluye en el Suplemento para el Sacramentario Gregoriano-Adrianeo. El mismo Alcuino de York compone un formulario de Misa de la Trinidad que tuvo mucha difusión (s. IX); en este mismo siglo ya se celebraba en algunos monasterios benedictinos. Los Romanos Pontífices se resistieron a la introducción de ésta pero Juan XXII en 1334 la extiende a todo Occidente y de manera obligatoria, colocándola en el mismo lugar en que la encontramos hoy: Domingo posterior a Pentecostés.

Eucología

La oración colecta procede del Misal anterior, al igual que la oración sobre las ofrendas. Este Prefacio es el más usado en el Forma extraordinaria del Rito Romano; las oraciones y prefacio presentan la teología del misterio trinitario. Las antífonas y los himnos del oficio ofrecen una contemplación de la vida íntima trinitaria.

Este Domingo era precedido por una Vigilia Nocturna en San Pedro, y era dedicado al descanso: Dominica vacat. Hacia el s. VIII se inserta la octava de Pentecostés, con el coloquio de Nicodemo. En otro tiempo la Iglesia Romana celebraba en este día, a imitación de oriente, la conmemoración de Todos los Santos: Dominica in nativitate Sanctorum, festividad que fue cambiada al 1º de Noviembre por Gregorio IV.

Bibliografía

- Castellano, Jesús. El año litúrgico, Memorial de Cristo y mistagogia de la Iglesia. Barcelona. CPL, 2005.

- Garrido Bonaño, Manuel (OSB). Año Litúrgico Patrístico. Fundación Gratis Date. Pamplona 2001.

- Schuster, Card. A. I (OSB). Liber Sacramentorum. Versión española. Herder, Barcelona 1946.

Salvador Aguilera López

viernes 28 de mayo de 2010

Quei 2584 modi per celebrare Dio.

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2010/111q04b1.html

Arrivano le concordanze del "Missalis Hispano-Mozarabici"

Quei 2584 modi per celebrare Dio


di Marta Lago

Dalla compilazione e ricerca teologico-liturgica alla desiderata esperienza spirituale: il rito mozarabico riceve un importante impulso dal volume Concordantia Missalis Hispano-Mozarabici (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pagine 955, euro 98) presentato a Roma alla presenza del cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Con il contributo dell'arcidiocesi spagnola di Toledo, questo nuovo strumento editoriale si deve a Félix María Arocena, Adolfo Ivorra e Alessandro Toniolo. Quasi mille pagine che contengono tutto il patrimonio orazionale del rito mozarabico per la celebrazione eucaristica e l'indice delle voci per la sua individuazione all'interno del Missale. Iniziata a cura di Manlio Sodi e di Achille Maria Triacca, la collezione "Monumenta Studia Instrumenta Liturgica" si arricchisce di queste Concordantia, un'autentica filigrana che è molto più di un mero strumento di consultazione. Così lo spiega al nostro giornale uno dei suoi autori, don Félix María Arocena, docente di Teologia Liturgica e Sacramentale nella Facoltà di Teologia dell'università di Navarra.

Fino a che punto il rito ispano-mozarabico esprime la relazione cultuale-culturale?

Nell'Hispania romana, poi visigota e quindi mozarabica, si conservò un modo specifico di celebrare i sacramenti proprio di quell'area geografica. È il rito ispano, se si fa riferimento alla liturgia prima dell'anno 711, rito visigotico se si allude ai goti convertiti o liturgia mozarabica se ci si riferisce ai cristiani che vissero durante la dominazione musulmana. Certamente, le categorie liturgiche utilizzate dal rito ispano affondano le proprie radici nella cultura del popolo che viveva tale liturgia. Il rito per i cristiani che vivono nella penisola iberica finisce con l'essere come i colori della bandiera per un determinato Paese. Cambiare questi riti significherebbe modificare la loro tradizione. Fra liturgia e cultura esiste una simbiosi molto intima.

È una lezione d'inculturazione della fede.

Certamente. Anzi, per comprendere in profondità le radici spirituali cristiane del popolo spagnolo occorre consultare la celebrazione ispana.

Qual è il suo volto?

In termini di teologia liturgica, la sua esuberanza eucologica. I libri liturgici mozarabici, soprattutto il Liber princeps, il messale, presentano un'abbondanza di testi orazionali incomparabilmente superiore alle altre famiglie liturgiche occidentali attualmente vive. Il rito ispano possiede quasi per ogni giorno una preghiera eucaristica; il rito romano, dopo il concilio Vaticano ii, ne presenta quattro.

Nel nuovo volume sono citate 2584 formule eucologiche.

È un dato molto importante, perché offre un'idea della dimensione orazionale del messale ispano. Non si tratta solo di quantità, ma anche di qualità e di spessore teologale, perché i contenuti della lex orandi ispana sono ricchissimi. Le Concordantia sono proprio uno strumento per potersi immergere in questo oceano. Senza il loro ausilio ritengo che non si possa ottenere la necessaria intelligenza teologica di un libro liturgico tanto importante come il messale. Si aprono enormi possibilità di ricerca in liturgia comparata, ad esempio, fra una nozione concreta nel rito romano e nel rito ispano. La liturgia ispana ha un latino molto diverso dal romano, l'elemento leggendario è più presente e il suo spessore lirico è enorme.

Quanto tempo avete impiegato per elaborare queste concordanze?

Il lavoro è durato quattro anni. È stato molto laborioso. Non tanto per l'esecuzione informatica del processo, quanto per la preparazione del testo, di modo che il procedimento informatico operasse su di esso. Ancora disponibile solo in latino, bisogna osservare che il messale mozarabico, così come è stato pubblicato nel 1991 (il primo tomo) e nel 1994 (il secondo tomo), presenta alcuni errori che se non fossero stati corretti avrebbero fatto sì che nelle concordanze apparissero termini inesistenti nella lingua latina. Nell'attuale messale mozarabico ci sono alcuni errori, ma forse anche nelle fonti: il Liber mozarabicus di Férotin o il Missale mixtum; tali errori possono a loro volta risalire ai manoscritti stessi che contenevano questi testi. Correggerli prima di sottoporli al trattamento informatico ha richiesto un grande sforzo. Siamo certi che questo nuovo strumento conferirà un efficace impulso alla teologia liturgica del rito ispano.

Le Concordantia sono strumenti specializzati di teologia liturgica. Dietro c'è anche il desiderio di divulgazione del rito ispano mozarabico?

Pensiamo a quello che presuppone per la Chiesa a Milano il suo rito. Il rito ambrosiano è vivo, si celebra e comporta tutta una spiritualità, un patrimonio di preghiera specifico. Questo esempio si può applicare tranquillamente alla Spagna. I cristiani in Spagna possiedono un rito liturgico che è proprio di questa terra; sarebbe imperdonabile se non apprezzassimo, coltivassimo e pregassimo con la sensibilità di coloro che ci hanno preceduto nella fede, persino fino al martirio.

Potremmo dire che il rito ispano mozarabico e la novità delle Concordantia sono un frutto maturo del Vaticano ii?

Il concilio ha dato uguale diritto e onore a tutti i riti legittimamente riconosciuti dalla Chiesa. Ha voluto che uno stesso mistero della fede avesse una celebrazione in una pluralità di riti. Quando la Sacrosanctum concilium ha enunciato questi principi, il cardinale arcivescovo di Toledo, Marcelo González Martín - il primo Superiore del rito ispano mozarabico dopo il concilio, poiché si tratta di un ufficio proprio della diocesi primaziale toledana - ha iniziato i lavori di restaurazione di questo rito. Ha mostrato la sua sensibilità ecclesiale nel conservare e promuovere una ricchezza della fede inculturata in Spagna. Si deve a lui l'edizione dell'attuale messale ispano mozarabico, che contiene autentici gioielli eucologici di saggi e santi: padri ispani come Isidoro di Siviglia, Ildefonso, Giusto di Urgel, Conanzio di Palenzia. Questo messale ha recuperato testi caduti nell'oblio da oltre cinquecento anni. È un patrimonio troppo importante per mettere a rischio il suo valore e la sua integrità.

Actualización 31/V/2010:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_spa/text.html

Llegan las Concordancias del Misal Hispano-Mozárabe

Esas 2.584 formas de celebrar a Dios


Marta Lago

De la compilación e investigación teológico-litúrgica a la deseada vivencia espiritual: el rito hispano-mozárabe recibe un importante impulso con el volumen Concordantia Missalis Hispano-Mozarabici (Ciudad del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010), presentado estos días en Roma con la participación del cardenal Antonio Cañizares Llovera, prefecto de la Congregación para el culto divino y la disciplina de los sacramentos. Con la contribución de la archidiócesis española de Toledo, la novedosa herramienta editorial se debe a Félix María Arocena, Adolfo Ivorra y Alessandro Toniolo. Casi un millar de páginas que brindan todo el patrimonio oracional —depositum euchologicum— del rito mozárabe para la celebración eucarística y el índice de voces para su localización en el interior del Missale. A cargo de Manlio Sodi y Achille Maria Triacca, la colección Monumenta Studia Instrumenta Liturgica se enriquece con estas Concordantia, una auténtica filigrana que representa mucho más que un instrumento de consulta. Así lo explica a nuestro periódico uno de sus autores, don Félix María Arocena, profesor de Teología Litúrgica y Sacramentaria en la Facultad de Teología de la Universidad de Navarra.

¿Hasta qué punto el rito hispano-mozárabe expresa la relación culto-cultura?

En la Hispania romana, después visigótica y luego mozárabe, se mantuvo un modo específico de celebrar el culto divino propio de este área geo-cultual. Es el rito hispano, si se hace referencia a la liturgia antes del año 711, o rito visigótico si se alude a los godos conversos, o liturgia mozárabe en cuanto a los cristianos que vivieron durante la dominación musulmana. Los diversos nombres del rito responden a las diversas etapas históricas de la vivencia de la fe en la península ibérica. Ciertamente las categorías litúrgicas que utiliza el rito hispano hunden sus raíces en la cultura del pueblo que vive esa liturgia. Aproximarse al universo mozárabe con las expresiones de la liturgia, los ritos y su propia idiosincrasia, significa introducirse en el entorno cultural propio de quienes lo celebran.
Si consideramos el sustantivo cultura desde su etimología, es posible apreciar la relación que existe entre culto y cultura. Cultura deriva de colere: cultivar, habitar, amar, cuidar, venerar, adorar… y cultus procede también de colere. A partir de esta raíz común se atisba un nexo tan profundo que es imposible pensar en una cultura que no se exprese a través de formas cultuales, ni en un culto que no incida en la cultura en la que vive el rito. Es interesante identificar este movimiento: la Sacrosanctum Concilium presenta un trayecto desde la liturgia a la cultura, y la Gaudium et spes desde la cultura a la liturgia. Entre liturgia y cultura existe una simbiosis muy íntima. El culto plasma la cultura y crea sintagmas culturales que pueden estar constituidos al menos por estos ámbitos: arte, arquitectura, música, comunicación, predicación, drama sacro, literatura, poesía, piedad popular… En ello España es ejemplo emblemático.

Y una muestra de inculturación de la fe.

Absolutamente. Es más: para entender en profundidad las raíces espirituales cristianas del pueblo español, se necesita consultar la celebración hispana.

¿Cuál es su rostro?

En términos de teología litúrgica, su exuberancia eucológica. Los libros litúrgicos mozárabes, sobre todo el liber princeps, que es el Misal, presenta una abundancia de textos oracionales incomparablemente superior a las demás familias litúrgicas occidentales actualmente vivas, o sea, que se celebran. El rito hispano posee casi para cada día una plegaria eucarística propia; el rito romano, después del concilio Vaticano II, presenta cuatro.

Y en el nuevo volumen citan 2.584 fórmulas eucológicas.

Es un dato muy importante porque da idea de la dimensión oracional del misal hispano. Y no se trata sólo de extensión, sino también de calidad y espesor teologal, porque los contenidos de la lex orandi hispana son riquísimos. Precisamente las Concordantia llegan como instrumento para poder sumergirse en este océano. Sin el auxilio de las Concordancias considero que no se puede alcanzar la oportuna inteligencia teológica de un libro litúrgico tan importante como el misal. El misal romano las tiene; el ambrosiano también; el rito mozárabe carecía de ellas hasta ahora. Las Concordancias son el subsidio fundamental para determinar la ubicación de un término teológico significativo, como por ejemplo memorial, misterio, sacramento, celebración, luz... Se abren enormes posibilidades de investigación en liturgia comparada, por ejemplo, entre una noción concreta en el rito romano en relación con el rito hispano. El universo cultural es muy distinto: la liturgia hispana tiene un latín muy distinto del romano, el elemento legendario está mucho más presente y su densidad lírica es colosal.

¿Qué tiempo necesitaron para elaborar estas Concordancias?

El trabajo ha durado cuatro años. Fue muy laborioso. No tanto por la ejecución informática del proceso, sino por la preparación del texto, de modo que el procedimiento informático actuara sobre él. Aún disponible sólo en latín, hay que observar que el misal mozárabe, tal y como está editado en 1991 —el primer volumen— y en 1994 —el segundo volumen—, presenta algunos errores que si no se hubiesen pulido habrían provocado que en las Concordancias constaran términos inexistentes en la lengua latina. Algunos errores se encuentran en el misal actual mozárabe, pero quizá también en las fuentes —el Liber mozarabicus de Férotin o el Missale mixtum—; a su vez tales errores pueden remontarse a los manuscritos mismos que contienen esos textos. Purificarlos antes de someterlos al tratamiento informático ha requerido gran esfuerzo. Estamos seguros de que este nuevo instrumento será un impulso eficaz a la teología litúrgica del rito hispano.

Las «Concordantia» son una herramienta especializada de teología litúrgica. ¿Late también el deseo de divulgación del rito hispano-mozárabe, de su conocimiento, de su vivencia espiritual?

Pensemos en lo que supone para la Iglesia en Milán su propio rito. El rito ambrosiano está vivo, se celebra en la catedral y en las parroquias de la ciudad, de la diócesis y algunas suburbicarias, y conlleva toda una espiritualidad, un patrimonio de oración específico. No hay inconveniente en trasladar este ejemplo a España. Los cristianos en España poseen un rito litúrgico que es propio de esta tierra; sería inexcusable que no apreciáramos, cultiváramos y oráramos con la sensibilidad de quienes nos precedieron en la fe, incluso hasta el martirio. Un ejemplo: el formulario de la Misa del 18 de diciembre, día de Santa María, la fiesta mariana más importante del calendario hispano. Las expresiones con las que que la liturgia celebra el misterio de Cristo en María nos descubren horizontes de teología y espiritualidad realmente insospechados.

¿Podríamos decir que el rito hispano-mozárabe —y la novedad de las «Concordantia»— son un fruto maduro del Vaticano II?

El Concilio dio igual derecho y honor a todos los ritos legítimamente reconocidos por la Iglesia. Quiso que un mismo misterio de la fe se celebrara en una pluralidad de ritos. Cuando la Sacrosanctum Concilium enunció estos principios, el cardenal arzobispo de Toledo, Marcelo González Martín —el primer Superior del rito hispano-mozárabe después del Concilio, pues es oficio propio de la diócesis primada toledana—, inició los trabajos de restauración de este rito. Mostró su sensibilidad eclesial para conservar y promover una riqueza de la fe inculturada en España. A él se debe la edición del actual misal hispano-mozárabe, que recoge auténticas joyas eucológicas de sabios y santos: padres hispanos como Isidoro de Sevilla, Ildefonso, Justo de Urgel, Conancio de Palencia. Este Misal ha recuperado textos que llevaban más de quinientos años en el olvido. Es un patrimonio demasiado importante como para arriesgar su valor e integridad.

sábado 22 de mayo de 2010

La Pascua de las Rosas.


La Pascua de las Rosas (Pentecostés) en la Liturgia Romana

Los Ordines Romani prescriben una solemne Statio y una fiesta de rosas. La Sinaxis tenía lugar en el Panteón de Agrippa presidida por el Romano Pontifice, el cual exhortaba al pueblo sobre la Venida del Espíritu Santo; mientras éste estaba en el ambón, por el vano central de la Rotonda caía una lluvia de rosas como figura del Espíritu que descendía sobre los fieles allí presentes (Ordo Romanus XI). La Misa estacional en Santa María Rotonda tiene como única finalidad el prepararse para la Venida del Espíritu Santo.

La Statio de la Vigilia de Pentecostés era en Letrán, el mismo lugar donde fue celebrada la Vigilia Pascual; la razón es que se quieren asemejar las dos por solemnidad y rango. Ya en el siglo IV Pentecostés fijaba el final de la fiesta pascual; algunos catecúmenos que no habían podido ser bautizados en la gran vigilia, eran bautizados en ésta. No tenía octava, ya que ella era la prolongación de la Resurrección de Cristo; seguidamente tenían lugar los ayunos de las Tres Temporas.

Relación Bautismo-Confirmación: la palabra lo dice, viene a confirmar o sellar toda la iniciación cristiana. Lo mismo sucedió con la Iglesia que fue bautizada en el agua y la sangre salidas del Costado de Cristo en el monte Calvario al atardecer de Parasceve y confirmada en el amanecer de Pentecostés. En la Liturgia Hispana se le llamaba Confirmatio Sacramenti a la plegaria con la que se ruega que el Espíritu descienda sobre los dones eucarísticos.

La Vigilia de Pentecostés tenía lugar en Letrán hasta la Alta Edad Media; pero se empezó a anticipar la Vigilia al Sábado por la tarde, cuando el Papa iba a San Pedro a rezar Vísperas y Maitines, volviendo así a la tradición antigua de Roma de bautizar ad Fontes Petri. Se tenían seis lecturas, la mitad que en Pascua, conforme a la reforma de San Gregorio; se leían en griego y latín, y entre ellas se intercalaba el canto de las Odas proféticas y las colectas pontificales. Tras las Lecciones tenía lugar la procesión al Baptisterio, cantando el Salmo I; al acabar se volvía a la basílica. Al ser proclamado el Evangelio no se llevaban cirios ya que el ambón estaba iluminado con el Cirio Pascual.

La Statio de Pentecostés tenía lugar en San Pedro, según los Ordines Romani; ya que el Vaticano pasó a considerarse Catedral y Letrán sólo se consideraba la residencia pontificia; además se hacía en San Pedro por ser éste santo Apóstol el protagonista de la solemnidad, al ser el primero que toma la palabra y anuncia la Buena Nueva. En la Misa se encuentra la Secuencia Veni, Sancte Spiritus compuesta por el Arzobispo de Canterbury Esteban Langton; pero, según nos dicen los Ordines Romani del siglo XV, existía también la antífona Sancti Spiritus adsit nobis gratia, cuyo autor es el monje Notker Bálbulo. Esta secuencia era repetida, más tarde, durante toda la Octava.

Apéndice: La oración colecta de la Misa del día de Pentecostés en el actual Misal del Rito Romano ordinario es del Gelasiano y del Gregoriano, la oración sobre las ofrendas es el Sacramentario de Bérgamo y la Postcomunión del Veronense y de la Liturgia Hispana.

Bibliografía:

- Schuster, Card. A. I (OSB). Liber Sacramentorum. Versión española. Herder, Barcelona 1946.

- Castellano, Jesús. El año litúrgico, memorial de Cristo y mistagogía de la Iglesia. CPL, Barcelona 2005.

- Garrido Bonaño, Manuel (OSB). Año Litúrgico Patrístico. Fundación Gratis Date. Pamplona 2001.


Salvador Aguilera

martes 18 de mayo de 2010

Tercer aniversario.

En www.lexorandi.es cumplimos 3 años en internet.
Después de estos dos años seguimos ampliando el número de recursos, artículos y medios que el internauta necesita para conocer y profundizar en el mundo litúrgico.
Todas esta mejoras no hubiesen sido posible sin la oración eclesial y la colaboración directa de varios especialistas de la liturgia en España, además de expertos en otras disciplinas teológicas. A todos ellos y a los futuros colaboradores damos las gracias, esperando que nuestra página siga creciendo y no deje de ser un subsidio singular para la liturgia en España y en el mundo.

Adolfo Ivorra
Administrador
www.lexorandi.es

martes 11 de mayo de 2010

Crónica de la Presentación de las Concordancias del Misal Hispano-Mozárabe.

(Fotografía: de izqda. a dcha.: Dr. Adolfo Ivorra Robla, Dr. Manlio Sodi SDB, Excmo. Sr. D. Braulio Rodríguez Plaza, Arzobispo de Toledo y Primado de España, Dr. Felix María Arocena y Dr. Manuel González López-Corps)

A la hora convenida se reunieron el 29 de abril en el Aula de Grados del Seminario Metropolitano de Toledo numerosos asistentes a tal acto, muchos de ellos sólidos conocedores de este venerable Rito, entre ellos los Canónigos Mozárabes de la Catedral Primada. El acto dio comienzo con las palabras del Arzobispo Primado, D. Braulio, Superior responsable del Rito, cuyo título era La recepción de la reforma del Rito hispano-mozárabe; Celebrar la Eucaristía en Rito Hispano-Mozárabe, era el título de las palabras que nos dirigió el profesor Arocena, venido desde la Universidad de Navarra, le siguió el Dr. Ivorra con El lenguaje del Misal Hispano-Mozárabe, destacar que ha sido el primero en editar, con permiso del Arzobispado de Toledo, un Calendario para el antiquísimo Rito, que en el próximo año litúrgico será el tercero impreso. El profesor Dr. Sodi presentó La edición de las Concordantia: importancia y perspectivas, decir que el citado profesor es el encargado de la Colección "Monumenta Studia Instrumenta Liturgica" de la Libreria Editrice Vaticana y es presidente de la Pontificia Academia de Teologia, además de Consultor del Oficio para las celebraciones litúrgicas del Romano Pontífice. Finalizó el acto con el Dr. González: La liturgia hispano-mozárabe en los estudios teológicos, insistió en la importancia de conocer el Rito por parte de todos los que se forman al Sacerdocio.

Salvador Aguilera

lunes 10 de mayo de 2010

El oro en la liturgia cristiana.


Nuestras celebraciones litúrgicas adolecen a veces de un generoso pauperismo, fruto de una visión espiritualista del cristianismo que nos recuerda a los fraticelli del s. XIII. Detrás de estas actitudes encontramos una comprensión abstracta de la religión -esto es, ahistórica, acorporal, etc.- y, sobre todo, una falta de simbólica. En el ejemplar de noviembre-diciembre de 2009, Rivista Liturgica trató el uso del oro en el culto cristiano. En su página web encontramos colgados uno de esos artículos para el público de internet. Se trata del artículo L'oro nel culto de Virginio Sanson, donde trata del uso del oro en la liturgia desde una triple perspectiva simbólica:
- El oro es símbolo de pureza-perfección, debido a lo escaso de este material y las dificultades para su obtención.
- El oro es símbolo de eternidad-divinidad, por su incapacidad para oxidarse, consistencia, dureza, etc.
- El oro es un símbolo solar. En la religión cristiana, en la cual el simbolismo solar tiene una clara referencia a Jesucristo, Sol que nace de Oriente -o, como se suele traducir, Sol que "nace de lo alto", Sol que nace en el Oriente, etc., el oro resulta así un metal simbólico más difuso y preñante en todas las artes litúrgicas.

Referencia:
http://www.rivistaliturgica.it/upload/2009/articolo6_886.asp

L’ORO NELLA LITURGIA CRISTIANA
Virginio Sanson

I metalli sono il simbolo dell’energia potenziale, della trasformazione e della trasmutazione. Essi permettono di gerarchizzare l’evoluzione, di fissare i gradi iniziatori alla scala individuale o collettiva. Così nella paleontologia le quattro età dell’umanità sono assimilate ai quattro metalli e corrispondono rispettivamente all’oro, all’argento, al bronzo e al ferro. Questa successione porta simbolicamente a una regressione spirituale, allontanando sempre di più l’uomo dalla divinità e avvicinandolo ai valori più materiali, bassi e impuri.

Sempre sul piano simbolico i metalli incarnano l’eternità, la permanenza, l’atemporalità. Rispetto al legno, i metalli evocano la solidità, ma anche la durezza. Creati dagli dèi, i metalli sono fra le realtà più nobili della terra. I fabbri, allo stesso tempo venerati e temuti, sono gli artigiani della pace ma anche della guerra, dell’amore e dell’odio.

L’oro è al vertice di queste caratteristiche simboliche.

1. La simbologia dell’oro

Simbolo di purezza-perfezione. Metallo raro, poiché è tratto dalla terra attraverso un procedimento di lunga ricerca e di faticosa e raffinata purificazione, è il simbolo dello sforzo per raggiungere l’ultima e intima verità delle cose e poi della perfezione estetica e morale. A causa della sua estrazione attraverso il fuoco nel crogiuolo, ne simboleggia la funzione purificatoria in vista di un risanamento dalla corruzione.
Nell’alchimia è considerato l’anima della materia; anzi ogni elemento materiale, specialmente ogni metallo, avrebbe il suo desiderio e il suo fine nell’essere trasmutato in oro. Idealmente si potrebbe desiderare che nell’evoluzione dell’universo tutto diventasse oro, modello massimo di esistenza.
La storia umana, nella mitologia e anche nelle religioni, «corrotta» nel suo dipanarsi nel tempo, è racchiusa fra due «età dell’oro»: una all’origine, immaginata come «paradiso delle delizie», dove vige la perfetta felicità; una alla fine, nella quale, dopo le «cadute» dell’umanità nel corso della storia, si ritorna al «paradiso» come premio finale, nel quale si può godere ogni benessere e felicità.

Simbolo di eternità-regalità-divinità. A causa della sua inossidabilità, della sua consistenza e durezza, è simbolo di resistenza a ogni aggressione, permanendo nel tempo nella sue qualità a tempo indeterminato, e dunque dell’incorruttibilità morale. Anche per questa ragione, è simbolo di ciò che è grande e infinito, cioè delle regalità umane divinizzate nelle teocrazie e addirittura delle stesse divinità.
A causa della sua durezza, è indice di forza e di vittoria, e, a causa della sua rarità e dunque pregevolezza, è simbolo di ricchezza e di potere.

Simbolo solare. A causa del suo inalterabile splendore richiama la simbologia del sole, come luce, calore, vita, benessere. A causa della sua lucentezza, diventa simbolo di illuminazione interiore, della conoscenza intellettuale e dell’esperienza spirituale.
Nella religione cristiana, nella quale il simbolismo solare ha un chiaro riferimento a Gesù Cristo, Sole che sorge dall’Oriente, il 25 dicembre, festa del Sol invictus, l’oro diventa il metallo simbolico più diffuso e pregnante in tutte le arti liturgiche.

2. Gli oggetti liturgici[1]

«Il Signore parlò a Mosè e gli disse: “Vedi, ho chiamato per nome Besalèl, figlio di Urì, figlio di Cur, della tribù di Giuda. L’ho riempito dello spirito di Dio, perché abbia saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro, per ideare progetti da realizzare in oro, argento e bronzo, per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno ed eseguire ogni sorta di lavoro”» (Es 31,1-5; cf. Es 35,30-33).

Come appare da questo testo, la Sacra Scrittura fa risalire allo spirito di Dio la genialità dell’artista e dell’artigiano, specialmente quando essi dedicano la loro preziosa attività al culto del Signore, utilizzando i doni della natura, come i metalli, le pietre e i legni. L’arte liturgica infatti è espressione della signoria di Dio su tutte le cose belle della creazione e insieme della genialità amorosa dell’uomo che gli offre la sua riconoscenza e la sua lode.

Non c’è da stupirsi pertanto se i cristiani d’ogni epoca, anche quelli che sono vissuti in povertà per necessità (come le persone d’umile condizione), o per virtù (come i monaci), hanno ornato di bellezza e di preziosità i luoghi di culto e gli oggetti con i quali hanno celebrato i misteri della salvezza, soprattutto il sacramento dell’eucaristia. Insieme al culto verso il Signore si è ampiamente espanso e diffuso nel corso dei secoli il culto verso Maria e i santi, epifanie di Cristo morto e risorto nelle varie situazioni della storia, e testimoni della santità effusa dallo Spirito Santo nella Chiesa.

Arte iconografica. La prima attenzione va rivolta all’uso dell’oro nell’arte iconografica. È ampiamente noto che l’uso dei colori nei mosaici e nelle icone antico-medioevali, sia orientali (bizantine, greche, slave e russe) che occidentali (specie nel Senese e nel Veneziano) ha sempre avuto uno specifico valore simbolico; l’oro ha sempre simboleggiato la divinità, sia nella rappresentazione di Gesù Cristo in quanto Dio, sia in quella di Maria e dei santi, in quanto partecipi della sua divinità nella gloria celeste. È pertanto molto usato negli sfondi delle icone, nelle vesti dei personaggi, nei nimbi e nelle aureole attorno al loro capo.

Oggetti liturgici. La nostra attenzione si rivolte più ampiamente agli oggetti liturgici, come i paliotti d’altare, le croci (astile, processionale, da altare) e i candelabri, i calici, le patene e le pissidi, i reliquiari dei santi e gli ostensori del Santissimo Sacramento, i turiboli e le navicelle per l’incensazione, le carte-gloria e le ampolline per la messa, le paci per il bacio, le coperte degli evangeliari.
Questi oggetti hanno ovviamente un carattere funzionale, in quanto sono necessari o utili al corretto e dignitoso svolgimento dei riti sacri; ma nel corso del tempi si sono ampiamente arricchiti di significati simbolici, specialmente nell’epoca gotica e in quella barocca.

L’altare. L’oggetto principale di riferimento è quasi sempre l’altare, l’oggetto-monumento più importante della liturgia cristiana, collocato al centro d’uno spazio-luogo dove Cristo, sommo sacerdote e vittima, si rende presente per associare intimamente a sé la comunità radunata il «giorno del Signore» e per offrirsi con essa al Padre celeste in un infinito canto di riconoscenza.
L’altare, ligneo o di pietra, fu da sempre coperto da una palla o pallium (stoffa), una specie di tovaglia che scendeva tutt’intorno fino alla base; poi si arricchì il lato sul davanti con un paliotto (pallium altaris, antependium), quasi sempre di forma rettangolare, costituito da un tessuto artisticamente ricamato in modo raffinato, o da una pala preziosa di metalli e di gemme. Particolarmente preziosi nella storia sono, ad esempio, il paliotto di San Marco a Venezia e quello di Sant’Ambrogio a Milano. Il primo è stato realizzato nell’alto Medioevo in lastra d’argento sbalzato e dorato su anima di legno. È costituito da una doppia serie di archi gotici tribolati inscritti, che poggiano su capitelli a petali di colonne scanalato con base liscia. Le figure originali sono d’una bella plasticità con un’insistenza particolare sulle ritmiche linearità delle curve armoniose dei panneggi e i volti espressivi si ispirano a prototipi certamente bizantini[2].

La croce. In riferimento all’altare si trova sempre la croce, primariamente nella sua fisionomia di croce astile e processionale, in quanto, collocata alla cima di un’asta, si usava per aprire la processione di ingresso nelle celebrazioni per poi venire issata su apposito supporto a fianco della mensa[3]; oppure la croce poteva essere da altare (senza asta), adatta per essere collocata in modo fisso sull’altare stesso. La croce astile-processionale si diffuse nei secoli XIV e XV; da oltre due secoli prima si era affermato l’uso di riprodurvi l’immagine del Crocifisso; ma si trattava quasi sempre di una croce double-face, per cui nel retro si raffiguravano anche immagini di Maria o di profeti e di santi patroni. Spesso all’estremità dei bracci apparivano i quattro evangelisti e ai due lati della croce erano collocati Maria e Giovanni, il discepolo che Gesù amava[4]. Molto spesso queste croci sono in metallo fuso; ma sono numerose anche quelle in lamina d’argento o rame quasi sempre dorati, fissata su supporto ligneo.

Oggetti per la celebrazione dell’eucaristia. Gli oggetti, poi, che più hanno attirato le cura devota dei chierici e degli artisti sono stati quelli necessari per la celebrazione eucaristica, cioè la patena (piatto) per l’ostia grande del presbitero presidente, la pisside (scatola di bosso), recipiente a forma di ampio calice, per le ostie più piccole dei fedeli e il calice per il vino. La consapevolezza di fede che questi oggetti erano destinati a contenere il pane e il vino trasformati nel corpo e sangue del Signore ha sollecitato i credenti a usare per essi i materiali più preziosi (argento e oro), spesso adornati di pietre preziose e di smalti, e ad affidarne la realizzazione agli artisti e artigiani più qualificati ed esperti; e molti di loro vi hanno profuso grande intelligenza e abilità per ottenere dei manufatti di alta qualità artistica, in sintonia anche con gli stili del proprio tempo. Tutti e tre questi oggetti, per disposizione ecclesiastica, dovevano essere almeno dorati in quelle parti in cui vengono a contatto diretto col corpo e il sangue di Cristo, come il lato diritto della patena e le coppe del calice e della pisside.

Il calice. Quanto alla forma si può ritenere che i calici antichi somigliassero piuttosto a una tazza o anfora, con coppa molto larga e profonda, con ai lati, a volte, due anse che ne facilitavano il maneggio. Nel Medioevo la forma si adeguò agli stili del romanico e del gotico, con una ricca ornamentazione di ceselli, di sbalzi e l’incastonatura di pietre preziose. Con l’avvento e il trionfo del barocco la coppa si piegò a campana rovesciata col labbro sporgente, si allungò lo stelo, e il calice si arricchì di volute, di anelli e di statuine.

«Nella seconda metà del XVII e all’inizio del XVIII secolo il modello si va lentamente e progressivamente trasformando. Le proporzioni tra il piede, il fusto e la coppa si evolvono con una preponderanza sempre più accentuata per il piede, che si arricchisce di cornici e di volute aggettanti e talvolta così complesse da simulare le cornici in stucco che ornano pareti e soffitti di architetture civili e religiose»[5].

La patena. In coppia con il calice si sviluppa anche l’arte della patena, piattino obbligatoriamente dorato di metallo, quasi sempre d’argento, leggermente concavo; sul lato superiore veniva poggiata l’ostia grande del prete; sul retro era spesso decorata a cesello con rappresentazione di scene sacre o con figurazioni simboliche.

La pisside. All’origine la pisside per alcuni secoli fu un cestello (canistrum) di vimini adatto a contenere il pane; poi divenne una teca di forma cilindrica senza piede, di bosso o d’avorio; più tardi fu costruita in rame con smalti a colori, sormontata dopo il Mille, da un coperchietto conico spesso elaborato; dal XIV secolo in poi fu costruita con il piede, a somiglianza dei calici, generalmente in argento dorato, almeno nella coppa.

Reliquiari e ostensori. Due altri importanti oggetti liturgici, molto decorati e preziosi sono i reliquiari e gli ostensori, interdipendenti fra di loro per storia, stili e funzioni, in quanto entrambi finalizzati alla funzione dell’esposizione delle reliquie dei martiri e santi e soprattutto del Santissimo Sacramento per l’adorazione e la processione eucaristica.
Particolarmente interessante è la storia del reliquiario, vaso di varia configurazione formale, nel quale attraverso i secoli la Chiesa ha custodito alcuni particolari oggetti di culto, fra cui in primo luogo le reliquie della santa croce, dei martiri e dei santi. La forma del reliquiario si è variamente evoluta nel corso dei secoli: dalla primitiva forma di cofanetto, o, più solennemente, di un’urna spesso collocata nelle cripte sotterranee, si passò, in epoca romanica, a forme simili a un piccolo edificio rettangolare, coperto da due spioventi, molto ricco e ornato, e, in epoca gotica, a una forma di cattedrale con pinnacoli e portali, dove le statuine e i dettagli decorativi raggiungono una finezza incredibile. Più tardi, nei secoli XV-XVI prese la forma di croce, similmente agli ostensori, o quella di statua del santo, sul petto della quale si applicava un piccolo cilindro di cristallo contenente la reliquia, o anche quella a somiglianza del membro del corpo ivi custodito, come, ad esempio, il mezzo busto, la testa, il braccio, o il piede.
La storia dell’ostensorio cominciò molto più tardi, nella prima metà del secolo XIV, da quando cioè si introdusse la prassi di esporre, svelata alla vista dei fedeli, l’ostia consacrata. Già dai secoli precedenti c’era stata l’abitudine dei fedeli di adorare, durante la messa, l’ostia innalzata dal prete dopo la consacrazione; dal secolo XIII poi si era diffusa la festa liturgica del Corpus Domini (1264) con la relativa processione del Santissimo Sacramento. Per questa devozione era necessario un contenitore adatto a rendere visibile l’ostia. Probabilmente dapprima servì la stessa pisside chiusa (capsa) coperta da un drappo; ma ben presto si sentì la necessità di costruire un vaso apposito, nei quali l’ostia, collocata nella presa della lunetta, diventasse chiaramente visibile a tutti i fedeli. I più antichi e belli sono quelli in stile gotico, foggiati a torre poligonale cuspidata con finestre e vetri colorati, a imitazione di una cattedrale; altri ebbero la forma di croce con al centro il cristallo eucaristico; altri ancora erano costituiti da statuette di Nostra Signora col Bambino, o di Cristo, sul petto o sulla fronte del quale si collocava, entro un cristallo, l’ostia; altri infine, dopo il secolo XVI, furono costruiti a mo’ di sole raggiante[6]. In tale forma sono arrivati fino a noi, tranne che nel rito ambrosiano, dove prevale il tipo a tempietto. In più periodi ci fu una specie di contaminazione formale reciproca fra ostensorio e reliquiario[7].

Turibolo, carte-gloria ed Evangeliari. Altri importanti oggetti liturgici sono il turibolo con la sua navicella, le carte-gloria, le paci e le copertine degli Evangeliari.
Il turibolo, con la sua navicella, è un oggetto di culto che ha molto interessato l’arte dell’argenteria. Nei primi secoli la Chiesa si astenne dall’uso rituale antichissimo dell’incensazione, perché troppo diffuso in ambito pagano, anche se nelle famiglie cristiane l’uso dell’incenso era diffuso per aromatizzare gli ambienti. È entrato nella liturgia per incensare il Santissimo Sacramento per l’adorazione e, ancora prima, per onorare il libro dei Vangeli; è usato anche per l’incensazione del pane e del vino nella messa, nonché dell’altare, dei ministri sacri, dei fedeli, e della bara del defunto nella messa di esequie. I primi incensieri (thimiamaterium, incensorium) ebbero forma varia: alcuni erano fissi poggianti sul pavimento, altri si appendevano stabilmente al ciborio (tempietto sopra l’altare), altri erano mobili, costruiti a mo’ di vasetti decorati e abbelliti, portati a mano mediante un manico, oppure, più comunemente appesi a catenelle, secondo l’uso pervenuto fino a noi. La navicella è il suo accessorio necessario: si tratta di un piccolo contenitore per l’incenso, foggiato in forma di piccola nave, chiuso da un coperchio. Come il calice, l’ostensorio e il reliquiario, dal romanico al barocco, la forma del turibolo e della sua navicella è stata caratterizzata dai vari stili storici.
Le carte-gloria sono tre tabelle con determinate preghiere fisse, desunte dal Messale, che vengono disposte sull’altare a fronte del celebrante, come aiuto mnemonico. Sono sempre state oggetto di attenzione da parte degli artisti per quanto riguarda la forma delle loro cornici (particolarmente fantasiose quelle barocche), in legno lavorato, o in metallo fuso, o in lamina d’argento (anche dorato) lavorata a sbalzo e cesello, fissata su anima lignea.
Le paci sono oggetti di non grandi dimensioni, che servivano per comunicare il bacio di pace, dopo l’Agnus Dei, alle autorità civili nelle messe solenni e anche ai dignitari ecclesiastici nelle messe basse celebrate alla loro presenza. Generalmente racchiudevano un’immagine del Signore, o della Madonna, o di un santo. Servivano anche per il bacio alla reliquia di un santo nella festa liturgica a lui dedicata. Sono costruite come un piccolo quadro, di forma molto varia (rotonda, ovale, quadrata, ecc.), sempre confezionate con materiali preziosi (come oro, argento, avorio, smalto) e artisticamente elaborate (pittura, scultura, cesello, incisione, intarsio).
Il libro sacro, che contiene i testi della Sacra Scrittura da proclamare nella liturgia (Evangeliari, Lezionari), o le preghiere della Chiesa per i sacramenti e la messa in particolare (Messali), è sempre stato trattato con molto rispetto, fino all’incensazione nel caso dell’Evangeliario. Le copertine di tali volumi sono state confezionate in pelle, o in legno ricoperto in lamina d’argento lavorato a sbalzo e/o a cesello, spesso dorato.

3. Le vesti[8]

Il vestito è una realtà (oggetto e modo) con la quale la persona umana si rapporta originariamente con lo spazio e con le sue condizioni ambientali (cf. il sinonimo abito, da abitare), si relaziona con gli altri (cf. habitus nel senso di abitudine, comportamento) e afferma la propria identità come valore personale e funzione sociale (cf. habitus nel senso di virtù).

A livello antropologico è dunque evidente che il vestito assolve ad almeno quattro funzioni:

– una funzione fisiologica (protegge dal caldo e dal freddo e dalle varie intemperie);
– una funzione morale, potremmo anche dire di pudore (modulando l’istintualità secondo la ragione e l’affettività) in modo che l’esteriorità sia intimizzata e dunque umanizzata;
– una funzione estetica di nobile esaltazione della corporeità umana, specialmente nei momenti di incontro sociale, primariamente nella festa;
– una funzione deputatoria, quando, a mo’ di divisa, connota il ruolo sociale di una persona.

La foggia del vestito è anche relazionata al sesso della persona e alla sua età, spesso anche alla sua condizione sociale, ed è anche funzionale alle varie attività lavorative. Nascono così varie tipologie di vesti:

– c’è la veste tagliata-cucita a misura e a forma del corpo, che ne esalta la bellezza delle forme e delle proporzioni;
– c’è la veste drappeggiata cadente, agganciata sulle spalle, che evidenzia il capo come realtà emergente della persona;
– c’è la veste avvolgente come un mantello.

Per queste ragioni l’abito si carica di molteplici valenze simboliche, diverse e specifiche secondo le aree culturali e l’evoluzione della civiltà dei popoli. I filati, i tessuti, i disegni e i colori sono in relazione innanzitutto alle materie prime disponibili (lana, lino, seta, canapa, cotone, ecc.), e poi alla tecnologia tessile, all’invenzione figurativa fantastico-simbolica dell’arte sartoria, e infine alle esigenze funzionali ed estetiche dei fruitori.

Data la forte intensità relazionale della ritualità sacra con il kosmos, con gli altri, con il divino, la ricerca della significatività simbolica, della funzionalità celebrativa, della bellezza e della preziosità dell’abito è sempre stata particolarmente curata proprio nel mondo della prassi liturgica un po’ in tutte le religioni. In questa logica è entrato l’uso di filati e lamine d’argento e d’oro per impreziosire i tessuti, sia per abbellirli con ricami.

3.1. Le vesti liturgiche

Le vesti liturgiche cristiane derivano dalle antiche vesti greco-romane. Nella celebrazione liturgica si usarono gli stessi abiti che le persone di condizione civile indossavano abitualmente nella vita d’ogni giorno. Questa identità di costume, civile e liturgico, fu praticata nella Chiesa per più secoli, anche dopo la pace costantiniana, fino a papa Gregorio Magno. Evidentemente gli abiti usati per la liturgia erano i migliori allora possibili, non solo per la lindezza, ma anche per i tessuti e la confezione: erano gli abiti della festa; distinti, non nella foggia, ma nella qualità, rispetto a quelli quotidiani, da lavoro.

Con l’introdursi dei costumi dei popoli barbari, comincia a delinearsi un notevole cambiamento nella moda comune, che condusse alla differenziazione sempre più netta delle vesti ecclesiastiche dalle civili. La tunica talare (lunga), detta alba, sottoveste comune, è a poco a poco sostituita da una tunica più corta, detta sagum; e la tradizionale penula, chiusa da ogni parte, viene sostituita da un mantello largo aperto sul davanti[9]. La Chiesa, che si proponeva di romanizzare i barbari, insistette energicamente perché i chierici mantenessero le vesti antiche. Questa prassi di conservare le vesti romane per la celebrazione portò un po’ alla volta a un processo di sacralizzazione rituale dell’abito liturgico, sia perché l’abito romano divenne sempre più inusuale in ambito civile, sia perché – di conseguenza – si caratterizzò sempre di più come abito sacro.

In questo processo ebbe notevole influenza l’universale comportamento umano, ampiamente studiato in antropologia culturale e comune a tutte le religioni, incline a distinguere e a separare il sacro dal profano, il quotidiano dal festivo, il terrestre dal celeste. Un’altra spinta venne dalla prassi attestata nell’Antico Testamento, secondo la quale era previsto un vestiario rituale particolarmente accurato, ricco e solenne. Un ulteriore sviluppo del vestiario liturgico si ebbe all’epoca dei carolingi, quando le vesti proprie dei singoli ordini ecclesiastici vennero definitivamente fissate nella competenza e nella forma che conservano fino ai nostri giorni. Le ultime fasi nello sviluppo del costume liturgico si compiono nel secolo XII con la fissazione del canone dei colori, con un adeguamento delle vesti tradizionali a esigenze di maggiore praticità, e soprattutto con la ricerca di una sempre maggiore ricchezza del tessuto (velluto, damasco, broccato) e della preziosità del ricamo fino a parlare di una pittura ad ago.

Nell’abbigliamento romano si distinguevano la veste inferiore da quella superiore. La veste inferiore, oltre ovviamente alle intime vestes mutandes, era costituita dalla tunica, una larga veste a forma di camicia, piuttosto corta e senza maniche, allacciata con due fibbie sulle spalle; dal secolo IV si trova anche fornita di maniche (manicata) e lunga fino ai talloni (talaris). Era di filo, bianca o di color chiaro, donde il nome più tardivo di alba, a volte anche ornata di due galloni purpurei (clavi), più o meno lunghi secondo la dignità della persona, scendenti paralleli sul davanti e sul dorso. In casa si portava sciolta; in pubblico stretta alla vita con una cintura e rialzata sul davanti per facilitare la deambulazione.

La veste superiore comprendeva fogge diverse, secondo i tempi e le persone. La più solenne era la toga, abito amplissimo di forma circolare o ellittica che si avvolgeva sulla tunica; non tanto comoda, era riservata alle grandi occasioni. Più comunemente si usavano la dalmatica, la poenula e il pallio. La dalmatica era una specie di altra tunica sovrapposta a quella inferiore, ma più corta, discinta, e fornita di maniche larghe; era usata come veste da passeggio. La poenula era un vestito di lana pesante, di forma rotonda, chiuso da ogni parte e fornito di cappuccio (cucullus); per l’uso delle mani, bisognava alzarne i lembi esterni e caricarli sulle braccia o sulle spalle; fu usata dapprima nella cattiva stagione e nei viaggi, poi divenne abito di lusso e, sulla fine del IV secolo, un abito senatoriale. Il pallio, d’origine greca, consisteva in un panno oblungo di lana, tre volte più lungo che largo, che si metteva gettandone un terzo sulla spalla sinistra, così che una parte scendesse in avanti sul braccio sinistro; gli altri due terzi erano tirati dietro le spalle, raccolti dalla mano destra e di nuovo gettati davanti sulla spalla sinistra; ridotto più tardi ad una specie di sciarpa, divenne un accessorio ornamentale distintivo degli officiales.

3.2. Le sopravvesti liturgiche

La càsula-pianeta. La casula (piccola casa) derivò dall’antica poenula romana[10]; detta anche pianeta, nel Medioevo era una vesta comune a tutti i chierici, dalle forme larghe e maestose. La forma ampia della casula non facilitava i movimenti delle braccia, per cui, un po’ alla volta fu confezionata in forme sempre più ridotte, sia accorciandola, sia restringendola, fino alla moderna forma della pianeta. Fu inoltre confezionata in varie maniere; si usarono tuttavia sempre tessuti di pregio (seta, damasco, velluto, broccato) e fu spesso decorata di preziosi ricami, con uso anche dell’oro e delle perle. Ruperto ne descrive così il significato simbolico:

«Casula magni sacerdotis nostri Christi vestimentum. Quod est illud vestimentum? Sancta Ecclesia catholica! Casula ergo vestimentum Christi, quod est Ecclesia significat. Est autem integra et undique clausa, ut unitatem et integritatem verae fidei demonstret»[11].

Il testo sembra far riferimento alla tunica inconsutile di Gesù, sulla quale i soldati gettano la sorte, dopo la sua crocifissione (cf. Gv 19,23-24).
Poiché è l’abito indossato sopra tutti gli altri, ha assunto dal Medioevo anche il simbolismo della carità, virtù che ricopre una moltitudine di peccati; il vescovo infatti la impone al presbitero neo-ordinato dicendo: «Accipe vestem sacerdotalem, per quam charitas intelligitur»; e poiché la si pone sulle spalle, fu pure considerata come simbolo del giogo del Signore: il prete indossandola è invitato a pregare così:

«Domine, qui dixisti: Jugum meum suave est et onus meum leve; fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam».

La dalmatica e la tunicella. La dalmatica dal III secolo divenne nell’uso romano la sopravveste delle persone più ragguardevoli, e come tale si mantenne anche nell’uso ecclesiastico. Già dal IV secolo divenne un abito d’onore anche per i diaconi. Conservò fino a noi la sua forma primitiva, anche se dopo il Mille fu accorciata, dal secolo XII fu aperta sui fianchi e dal secolo XVI vennero aperte anche le maniche.
La tunicella (subtile, stricta) è un’imitazione della dalmatica e fu usata come veste pontificale e più tardi come abito del suddiacono (ordine ora abolito). Quanto alla forma subì le stesse vicissitudini della dalmatica.
Furono sempre considerate vesti di gioia e per la festa; il vescovo imponendole ai ministri corrispettivi diceva:

«Induat te Dominus indumento salutis et vestimento laetitiae; Tunica jucunditatis et indumento laetitiae induat te Dominus».

Come per la casula-pianeta, la dalmatica e la tunicella erano spesso arricchite nel tessuto e nel ricamo dall’uso di fili e/o lamine d’argento e d’oro.

Il piviale. Il piviale (pluvialis), detto anche cappa, trae la sua origine probabilmente dalla lacerna o byrrus, allungati fin sotto le ginocchia; secondo altri storici deriva da una trasformazione della poenula, provvista di cappuccio per la pioggia, aperta sul davanti per comodità. Mentre la casula manteneva nella messa la sua forma tradizionale, il piviale-cappa fu d’uso comune per le altre celebrazioni minori, come la celebrazione delle Lodi e dei Vespri, e nelle processioni e nelle consacrazioni. Un po’ alla volta si abbandonò l’uso del cappuccio (cucullus) perché inutile.
La fibula (formale, pectorale), che teneva allacciati sul petto i due capi del piviale, assunse presto un’importanza ornamentale caratteristica sotto la forma di placca larga, ovale o rettangolare, d’oro o d’argento, spesso arricchita di smalti, pietre preziose e artistiche cesellature.

3.3. Le insegne liturgiche

Anche nelle insegne liturgiche è frequente l’uso di metalli preziosi e di pietre dure. Per insegne liturgiche si intendono il manipolo, la stola, il pallio; poi anche la mitria, il pastorale, l’anello, la croce pettorale. Probabilmente l’uso delle insegne è legato alle onorificenze che ai dignitari ecclesiastici furono concesse già dall’epoca costantiniana. Tuttavia, comunque siano sorti i distintivi onorifici dei vescovi, va rilevato come alcuni di essi, solo in un processo lungo di tempo, acquisirono un impiego e un significato sacro. In genere, l’adozione delle insegne comincia nel secolo VIII con l’epoca carolingia.

– L’anello, che dapprima fu portato per autenticare gli atti giuridico-amministrativi, dal secolo X viene considerato come simbolo dell’unione tra il vescovo e la propria Chiesa.

– Il pallio, sciarpa d’onore e di giurisdizione dei consoli e dei questori, viene più tardi concesso dal papa a titolo proprio quale segno di partecipazione all’autorità pastorale pontificia.

– Il phrygium, da copricapo di cerimonia degli alti funzionari statali, diventa la mitria per i vescovi e poi la tiara per il papa.

– Il manipolo (manipulus, mappula, brachiale) è una imitazione di un pannolino a foggia di fazzoletto che presso i romani, i consoli e le alte cariche dello stato portavano, come oggetto di etichetta, in certi costumi di gala; lo si teneva fra le mani o si attaccava alle vesti. Assegnato dapprima ai diaconi nel servizio liturgico da papa Silvestro († 314), era confezionato con un tessuto di pregio. Divenne poi progressivamente insegna anche dei presbiteri e si diffuse universalmente. Da panno sciolto, portato dalla mano sinistra, dal secolo XIV, divenne ripiegato su se stesso (manipolo = fascetto) in forma si striscia o fascia, stretta e allungata, con ornamenti di frange alle estremità e ornato con trame d’oro e ricami.

– L’origine e lo sviluppo della stola non è stato ancora decifrato con chiarezza. In origine l’orarium, o anche mappa e sudarium, nell’uso civile era un panno fino, proprio delle persone distinte, destinato a tergere il volto o ad avvilupparsi attorno al collo come un’ampia cravatta; in Oriente un panno simile si chiamava othone (linteum), ed era una specie di velo di filo simile a un nostro asciugamano. Il termine stola, che indicava l’ampia veste delle matrone, compare con il significato liturgico dell’orarium in Gallia verso la fine del secolo VII; l’uso del termine stola divenne definitivo dopo il secolo XII. A questo curioso scambio di parola contribuì forse l’aver dimenticato nei paesi nordici il senso originario di orarium (da os) per derivarlo da orare nel senso di parlare-predicare, facendone dunque un’insegna dei predicatori, dunque dei vescovi e dei presbiteri. Non sembra indifferente a tale metamorfosi il testo del Siracide:

«In medio ecclesiae aperiet [sapientia] os eius et adimplebit illum spiritu sapientiae et intellectus, et stola gloriae vestiet illum» (Sap 15,5).

Fu dapprima insegna del diacono portata sulla spalla sinistra:

«Unum igitur orarium levitam gestare in sinistro humero, propter quod orat, idest praedicat»[12].

Dal secolo XII i diaconi la portarono a tracolla e annodata sul fianco destro. Come insegna vescovile-presbiterale, era portata facendola girare attorno al collo, incrociata sul petto e fermata con il cingolo, sotto la casula o pianeta.

– Come insegna liturgica propria del papa, il pallio sembra attestato fin dai tempi di papa Marco († 336); nelle sue raffigurazioni più antiche ci si mostra in forma di sciarpa disposta sulle spalle con lo stesso andamento che aveva il pallio, che era un manto, come si può vedere sulla figura del vescovo Massimiliano a San Vitale in Ravenna: un lembo crocesegnato della striscia pende dinanzi dal lato sinistro, sale sulla spalla sinistra, gira intorno al collo e, passando sulla spalla destra, scende assai basso dinanzi al petto, per tornare infine sulla spalla sinistra e ricadere dietro la schiena. Dal secolo XI viene semplificato e ridotto a una forma circolare chiusa, con i due capi pendenti esattamente sul mezzo del petto e del dorso. Fu sempre arricchito di ornamentazioni con il simbolo della croce. Dal secolo VII divenne segno distintivo di giurisdizione del papa e degli arcivescovi. L’imposizione del pallio al papa viene fatta il giorno della sua incoronazione per le mani del cardinale arcidiacono.

3.4. I colori liturgici

La varietà dei colori nelle vesti sacre era già conosciuta dalla liturgia ebraica, con la differenza che, mentre i paramenti cristiani hanno ognuno un colore dominante, presso gli ebrei i colori liturgici dovevano essere usati insieme:

«Useranno oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso. Faranno l’efod con oro, porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto, artisticamente lavorati» (Es 28,5-6).

Nei primi sette secoli dell’era cristiana gli abiti liturgici erano usati con la varietà dei colori allora in uso, con una prevalenza forse del colore bianco, colore naturale del lino, considerato dai romani come più adatto per i giorni di festa e le cerimonie di culto, quale simbolo della purezza rituale.

All’epoca dei carolingi si constata una grande varietà di colori, fino a otto: oro, bleu, bianco, verde, bruno, rosso, nero, porpora; ad essi si attribuivano varie valenze simboliche. Papa Innocenzo III († 1216) riconosce più tardi come liturgici solo cinque colori: bianco, rosso, verde, violetto e nero. Pio V († 1572)aggiunse il color rosa per la terza domenica di Avvento (Gaudete) e la quarta domenica di Quaresima (Laetare). Di particolare importanza fu il color oro, ottenuto con un uso abbondante del metallo pregiato, sia nel tessuto, come nei ricami. Liturgicamente, data la sua dignità, il color oro poteva sostituire nelle feste gli altri colori (il bianco, il rosso e il verde).

4. Vesti di gloria

La funzione primaria degli abiti liturgici sembra quella di aiutare anche visivamente i celebranti, ministri e fedeli, a proiettare la propria vita quotidiana oltre le apparenze sensibili, e a intessere una festosa relazione d’amore con il Cristo risorto, Agnello immolato e glorioso, Sposo della Gerusalemme celeste:

«E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2).

Si tratta, dunque, teologicamente di abiti nuziali della Sposa terrestre dell’Agnello: la nobiltà dei filati, la finezza dei tessuti, la ricchezza dei disegni e dei ricami, la preziosità dell’argento e dell’oro, tutto concorre a esprimere il senso della gioia personale e della festa comunionale nella Gerusalemme celeste. La quotidiana terrestre veste-di-sacco della conversione, della penitenza, della fatica e della sofferenza, sarà così trasformata nella veste-di-gloria del Signore risorto.


[1] Cf. G. Nonis, «Saggezza, intelligenza e scienza… per concepire progetti e realizzarli in oro, argento e rame» (Es 35,30-33), in A.M. Spiazzi (ed.), Oreficeria sacra in Veneto (secoli VI-XV), Biblos, Cittadella (PD) 2004, pp. 11-14.

[2] Cf. W.D. Wixom, Paliotto di San Marco, in Il tesoro di San Marco, Olivetti, Milano 1986, p. 286.

[3] Preziosissima quella offerta al papa da Carlo Magno per l’incoronazione dell’800: «Quam almificus Pontifex in letania praecedere constituit, secundum petitionem ipsius piissimi imperatoris» (I. Duchesne [ed.], Liber Pontificalis, II, Paris 1955, p. 8).

[4] Cf. B. Bertoli, I tesori dell’oreficeria e la simbologia liturgica nelle chiese di Venezia, in I tesori della fede. Oreficeria e scultura nelle chiese di Venezia, Marsilio, Venezia 2000, p. 143.

[5] A.M. Spiazzi, Il seicento e il settecento, in I tesori della fede, cit., p. 137.

[6] Forse questo modello, diffusosi dopo il concilio di Trento, fu anticipato nella Disputa del Sacramento di Raffaello nella Stanza della Signatura per papa Giulio II Della Rovere fra gli anni 1509-1511. Il modello di ostensorio dipinto è un nuovo esemplare, che, ancora privo di raggiera, mostra l’eucaristia in tutto il suo splendore all’interno di una teca circolare posta su un sottile e prezioso fusto dorato.

[7] Cf. F. Faranda, I vasi sacri: liturgia e sviluppo iconografico, in Id., Argentieri e argenteria sacra in Romagna dal Medioevo al XVIII secolo, Luisè Editore, Rimini 1990, pp. 35-55.

[8] Cf. P. Nonis, Realtà e simbolo del tessuto a servizio della fede, in G. Cantelli (ed.), Magnificenza nell’arte tessile della Sicilia centro-meridonale, vol. 1, Maimone, Catania 2000, pp. 167-179.

[9] Cf. un esempio nel mosaico di San Vitale a Ravenna, sec. VI.

[10] Pseudo-germano di Parigi, Explic. Antiq. Lit. Gallic.: PL XLIII, 97, cit. in M. Righetti, Storia liturgica, I. Introduzione generale, Ancora, Milano 19643, p. 597.

[11] Ruperto di Deutz, De div. offic., I. 22: PL 170, 23 (cf. Hittorp, p. 862).
[12] IV Concilio di Toledo, 633: Mansi, X, 369s.

martes 4 de mayo de 2010

Sentido exorcístico de la Cruz.

En la liturgia hispano-mozábe es habitual encontrar alusiones a la victoria de Cristo sobre el Maligno en el tiempo pascual, especialmente en la Octava. Sin embargo, es interesante ver que en el misal romano de 1962 las dos oraciones finales -secreta y postcommunio- y la antífona de comunión se da a la Cruz un sentido exorcístico:

Die 3 Maji
In Inventione S. Crucis
Duplex II classis

Secreta
Sacrifícium, Dómine, quod
tibi immolámus, placátus inténde:
ut ab omni nos éruat bellórum
nequítia, et per vexíllum
sanctæ Crucis Fílii tui, ad conteréndas
potestátis advérsa? insídias,
nos in tuæ protectiónis securitáte
constítuat. Per eúndem
Dóminum nostrum.

Communio
Per signum Crucis
de inimícis nostris líbera
nos, Deus noster, allelúja.

Postcommunio
Repléti alimónia coelésti et
spiritáli poculo recreáti,
quǽsumus, omnípotens Deus:
ut ab hoste malígno deféndas,
quos per lignum sanctæ Crucis
Fílii tui, arma justítiæ pro salúte
mundi, triumpháre jussísti. Per
eúndem Dóminum.

El sentido exorcístico de la Cruz está atestiguado desde los inicios del cristianismo. En el rito del exorcismo está presente, y en los exorcismos previos a las bendiciones suele también estar presente. Que estas partes finales de la misa del 3 de mayo insistan en el poder de la Cruz frente al Maligno tiene gran importancia en este tiempo pascual. Ya en el s. II, con san Ignacio de Antioquía, se entendía que la derrota del demonio era una parte importante de la misión salvadora de Cristo. Para san Ignacio de Antioquía Cristo destruye el régimen del pecado, que «viene caracterizado por una serie de expresiones que, si bien aparecen en el texto ignaciano con gran sobriedad, formaban parte, sin embargo, del acervo filosófico y teológica de la época: a) magia; b) vínculo de malicia; c) ignorancia; d) antiguo reino y muerte»: J. J. AYÁN, Padres apostólicos, Madrid, 2000, 222. Y esa liberación de Cristo se prolonga en la sináxis litúrgica: «esforzaos en reuniros frecuentemente para la acción de gracias. Pues cuando os reunís con frecuencia, las fuerzas de Satanás son destruidas, y su ruina se deshace por la concordia de vuestra fe»: A los efesios, 13, 1.
El número 5 de los Prenotandos del actual Ritual de Exorcismos vincula, además, la Cruz a la resurrección en esa victoria de Cristo: "Cuando llegó la hora de las tinieblas, el Señor, "hecho obediente hasta la muerte" (Flp 2, 8), rechazó el ataque final de Satanás (cf. Lc 4, 13; 22, 53) por el poder de la Cruz, saliendo triunfador sobre la soberbia del antiguo enemigo. Esta gloriosa victoria de Cristo se manifestó en la resurrección, cuando Dios lo exaltó de entre los muertos y lo sentó a su derecha y sometió todo bajo sus pies (cf. Ef 1, 21-22)."

Adolfo Ivorra

lunes 3 de mayo de 2010

3 de mayo: Invención de la Santa Cruz.


Illatio

Es digno y justo, es necesario y saludable darte gracias, Señor, Padre santo, Dios eterno y todopoderoso, cumplir con nuestro deber de ofrecerte sacrificios y elevar sin cesar nuestras voces de alabanza; para recordar, ante tu admirable clemencia lo acaecido en tiempos pasados, y de modo especial proponer el ejemplo de los dos Adanes, el que habitó en el paraíso y el que es el redentor del género humano. Aquel fue el primero, pero éste es mejor. Aquel fue terreno, éste celeste. Aquel hecho de barro, éste concebido por la palabra. Entonces, por instigación del diablo, Eva fue engañada; ahora, por el anuncio del ángel, María es glorificada. Entonces, por envidia de la serpiente, el hombre, que había sido creado, pereció; ahora, por misericordia del redentor, el hombre que había perecido es liberado. Aquel, por haber trasgredido la ley, perdió el paraíso, éste, por la pasión de la Cruz, ha adquirido el mundo. Aquel sucumbió a la muerte por comer del árbol prohibido, éste, por el triunfo de la Cruz gloriosa, venció a la muerte. Aquel, al reconocer su pecado, se escondió bajo un árbol, éste, a causa de nuestros pecados, fue elevado en la Cruz. Entonces por la falta de comer del árbol prohibido, se enfrió el sol al mediodía; ahora, en la manifestación de la santa Cruz, al medio día, se esconde el sol. Entonces, el hombre que no guardaba el precepto, fue expulsado del paraíso; ahora, el malhechor que confiesa a Cristo como Señor, es introducido en el paraíso. Por esto, humildemente te rogamos y suplicamos, Padre clementísimo, que por el signo admirable de la ínclita Cruz y por el admirable reino de nuestro Señor Jesucristo, tu Hijo, nos permitas celebrar con espiritual alegría y equilibrado gozo este día, en que conmemoramos la festividad de su Cruz, y, junto con las alabanzas de los coros celestiales, admitas la pequeñez de nuestras voces, mientras repetimos humildemente:

sábado 1 de mayo de 2010

¿Mayo mes de María?


En el mundo hispano parlante no es extraño escuchar que nos encontramos en mayo, "mes de María". Sin embargo, la liturgia en general no parece estar muy de acuerdo con este calificativo. Mayo es un mes donde normalmente cae el tiempo pascual, que es un tiempo que tiene otro sentido: "La Cincuentena ha vuelto a ser otra vez el tiempo simbólico que recuerda a Cristo resucitado presente en su Iglesia, a la que hace donación de la Promesa del Padre, el Espíritu Santo". En el actual misal romano (1970 y posteriores) las lecturas dominicales, las lecturas patrísticas de la Liturgia de las Horas, etc., no dejan tratan ningún tema mariano de forma especial. En el actual misal sólo encontramos una fiesta "mariana" el 31 de mayo, la Visitación. Sin embargo, en el misal romano de 1962 -llamado hoy "extraordinario"- no encontramos ninguna fiesta mariana:

Majus
1 Ss. Philippi et Jacobi Apostolorum, duplex II classis.
2 S. Athanasii Ep., Conf. et Eccl. Doct., duplex.
3 Inventio S. Crucis, duplex II classis. Com. Ss. Alexandrini I Papæ, Eventii et Theoduli Mm., ac Juvenalis Ep. et Conf.
4 S. Monicæ Viduæ, duplex.
5 S. Pii V Papæ et Conf., duplex.
6 S. Joannis Ap. et Ev. ante Portam Latinam, duplex majus.
7 S. Stanislai Ep. et Mart., duplex.
8 Apparitio S. Michaëlis Archangeli, duplex majus.
9 S. Gregorii Nazianzeni Ep., Conf. et Eccl. Doct., duplex.
10 S. Antonini Ep. et Conf., duplex. Com. Ss. Gordiani et Epimachi Mm.
12 Ss. Nerei, Achillei et Domitillæ Virg. ac Pancratii Mm., semiduplex.
13 S. Roberti Bellarmino Ep., Conf. et Eccl. Doct., duplex.
14 S. Bonifatii Mart., simplex.
15 S. Joannis Baptistæ de la Salle Conf., duplex.
16 S. Ubaldi Ep. et Conf., semiduplex.
17 S. Paschalis Baylon Conf., duplex.
18 S. Venantii Mart., duplex.
19 S. Petri Coelestini Papæ et Conf., duplex.
20 S. Bernardini Senensis Conf., semiduplex.
25 S. Gregorii VII Papæ et Conf., duplex. Com. S. Urbani I Papæ et Mart.
26 S. Philippi Nerii Conf., duplex. Com. S. Eleutherii Papæ et Mart.
27 S. Bedæ Venerabilis Conf. et Eccl. Doct., duplex. Com. S. Joannis I Papæ et Mart.
28 S. Augustini Ep. et Conf., duplex.
29 S. Mariæ Magdalenæ de Pazzis Virg., semiduplex.
30 S. Felicis I Papæ et Mart., simplex.
31 S. Angelæ Mericiæ Virg., duplex. Com. S. Petronillæ Virg.

Todo parece indicar que el rito romano actual ha sucumbido ante el refrán popular al introducir una fiesta litúrgica mariana en mayo, que no se encontraba antes. En un post en internet descubrimos que la historia de este "mes" es bastante tardía: "Pero fue en el siglo XVIII cuando la práctica del mes de mayo quedó, por decirlo así, codificada, gracias al jesuita Aníbal Dionisi, que compuso un folleto titulado «El mes de María, es decir, el mes de Mayo consagrado a María con el ejercicio de varias flores de virtud, para ser practicado en las casas por los padres de familias, en los monasterios, en los talleres, etc.». Otro jesuita, el padre Lolomia, publicó otro librito titulado «Mes de Mayo» que reemplazó al anterior y tuvo enseguida más de sesenta ediciones".
Si observamos cómo está estructurado el año litúrgico en los diferentes ritos, se podría decir que el mes "de María" no es mayo, sino diciembre. En el rito copto "Todo el mes que precede a la Navidad tiene un sentido mariano muy fuerte; el ayuno que precede a la fiesta, de cerca de 46 días, se llama 'ayuno de la Virgen'" (M. Nin, Las liturgias orientales, Bacerlona, 2008, 170). Encontramos paralelismos más o menos intensos en las demás liturgias orientales. En cuanto a los ritos occidentales, en el rito hispano-mozárabe contemporáneo a la introducción de la práctica del mes de mayo encontramos que es diciembre el mes "mariano": además de la fiesta mariana del 18 de diciembre, se introduce la fiesta de la Inmaculada Concepción el 8 de diciembre.
Mayo siempre ha sido, y sigue siendo de forma especial en el rito romano"extraordinario" y en el rito hispano, un mes cristológico. La razón está en la fiesta del 3 de mayo y en el tiempo pascual del que ya hemos hablado. Con respecto a esta fiesta en el rito hispano, nos dice J. M. Ferrer, actual Secretario de la Congregación del Culto Divino: "Si la fiesta de la Exaltación de la Santa Cruz tiene su origen en la dedicación, en Jerusalén (13-14 de septiembre del 335), de las basílicas constantinianas de la Anástasis y el Martyrion (Santo Sepulcro y Gólgota), la festividad del 3 de mayo surge al hilo de la leyenda sobre un tal Judas Ciríaco, obispo de Jerusalén, y como fiesta de la Cruz propia de Hispania y de las Galias. Allí precisamente, en las Galias, parece que nace nuestra fiesta en la primera mitad del siglo VIII. San Gregorio de Tours (593-594) no la menciona, y no aparece en el Leccionario de Luxeuil, de finales del siglo VII. La encontramos, por el contrario, en manuscritos del Martirologio Hierominiano en Wolfendüttel (772) y en Berna (algo posterior), en los Calendarios Mozárabes y en los Sacramentarios Gelasianos del siglo VIII" (J. M. Ferrer Grenesche, Los santos del nuevo misal hispano-mozárabe, Toledo, 1995, 67). Otras "teorías" sobre el origen de esta fiesta están en el descubrimiento, por parte de santa Elena, de la Cruz del Señor, que es la "tradición" más extendida.
Por tanto, desde un punto de vista litúrgico, es más propio considerar diciembre como el mes "de María", en tanto que mayo es un mes referido a Cristo, tanto por las fiestas que en él se contienen -el descubrimiento de la cruz, desde una perspectiva pascual (cruz florida)- como el tiempo que suele coincidir con este mes, el tiempo pascual.

Adolfo Ivorra